Paul Lafargue – Il diritto all’ozio. La religione del capitale (2015)

Paul Lafargue – Il diritto all’ozio. La religione del capitale (2015)
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Una strana follia possiede le classi operaie delle nazio­ni in cui domina la civiltà capitalistica. È una follia che porta con sé miserie individuali e sociali che da due secoli stanno torturando la triste umanità. Questa follia è l’amo­re del lavoro, la passione esiziale del lavoro, spinta sino all’esaurimento delle forze vitali dell’individuo e della sua progenie. Anziché reagire contro questa aberrazione men­tale, i preti, gli economisti, i moralisti hanno proclamato il lavoro sacrosanto. Da uomini ciechi e limitati quali sono, hanno voluto essere più saggi del loro stesso Dio; uomini fiacchi e spregevoli, hanno voluto riabilitare ciò che il loro Dio aveva maledetto. lo, che non mi professo né cristiano, né economo, né morale, contro il loro giudizio mi appello a quello del loro Dio; alle prediche della 1oro morale reli­giosa, economica, di liberi pensatori oppongo le spaven­tevoli conseguenze del lavoro nella società capitalistica. Nella società capitalistica, il lavoro è la causa di ogni degenerazione intellettuale, di ogni deformazione organica. Paragonate il purosangue delle scuderie di un Roth­schild, servito da uno stuolo di bimani, con lo stallone del­le fattorie normanne che lavora la terra, trasporta il leta­me, porta il raccolto al granaio. Osservate il nobile selvag­gio, non ancora corrotto dai missionari del commercio e dai commercianti della religione con il cristianesimo, la sifilide e il dogma del lavoro, e guardate poi i nostri miserabili schiavi delle macchine. Se vogliamo ritrovare, nella nostra Europa civilizzata, traccia della originaria bellezza dell’uomo, dobbiamo cercarla presso quelle nazioni dove i pregiudizi economici non hanno ancora sradicato l’odio per il lavoro. La Spagna, che sta purtroppo degenerando, può ancora vantarsi di possedere meno fabbriche che non noi prigioni e caserme; ma l’artista gode ammirato nel contemplare il fiero Andaluso, bruno come una castagna, diritto e flessibile come un’asta d’acciaio; e il cuore dell’uomo trasale udendo il mendicante, superbamente ammantato nella sua capa sdrucita, dare dell’amigo a un duca d’Ossuna. Per lo Spagnolo, presso il quale l’animale primitivo non è ancora atrofizzato, il lavoro è la peggiore schiavitù.

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